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We Are 25, abbiamo venticinque anni: così recita orgogliosa la spilla che sono riuscito a portarmi a casa dal Belgio, uno dei tanti memorabilia assieme alla t-shirt originale e alla scaletta dei concerti lisa e consumata dall’uso.

Il Pukkelpop Festival andato in scena dal 19 al 21 Agosto scorso, compie un quarto di secolo, e lo festeggia nel migliore dei modi: fornendo come da consuetudine un super evento dalle dimensioni mastodontiche.

Forse per chi lo frequenta da qualche anno non vi è più alcuno stupore o meraviglia nel vedere una cosa come 65,000 persone (secondo il numero di biglietti venduti, ma ritengo, ed è un’opinione condivisa, che ve ne siano state almeno 100,000!) accampate in tenda, camper, macchine e addirittura per le strade, ma io, frequentatore occasionale di eventi musicali di grande portata, ho avuto un forte impatto da tutto ciò.La parte più difficile non è riuscire a raggruppare un numero così alto di persone, soprattutto se con un prezzo accettabile (145 € per tutti i tre giorni, campeggio incluso) si uniscono nomi del calibro di Limp Bizkit, Iron Maiden, Queens of the Stone Age, Prodigy, The Bloody Beetroots; la parte più difficile è gestire questa continua fiumana di persone esaltate, per non dire sbronze, che circolano allegre per il festival, col rischio di problemi grossi per l’incolumità di tutti.

Con grande stupore mi sono ricreduto: non c’è bisogno di tenersi stretti i portafogli, nemmeno di nascondere i soldi negli indumenti intimi, tutto è sotto controllo, le persone sono qui per divertirsi e quando eccedono al massimo fanno casino tutta la notte per festeggiare l’evento (scordarsi quindi le 7 ore di sonno preventivate prima del viaggio), di sicuro non si mettono a rubare o taccheggiare.

La presenza delle forze dell’ordine è più intensa nelle zone a rischio, ad esempio lungo la strada che separa il campeggio dagli 8 palchi del festival, per il resto centinaia di stuart sono addetti alle mansioni di sicurezza generale, quali il controllo dei braccialetti che testimoniano il pagamento del biglietto, la sorveglianza notturna e diurna nei campeggi, ecc.

Una volta che capisci di essere sostanzialmente al sicuro, la vita da festival è come quella di un campeggiatore, solo con molti divertimenti in più! 8 palchi di ogni foggia e dimensione: il Main Stage, il palco principale che può contenere decine di migliaia di spettatori, la Boiler Room, la sala da discoteca dove è sempre notte fonda dove ininterrottamente si alternano i dj più famosi del mondo, lo Shelter, rifugio per i duri e puri del rock, e il Marquee, palco destinato ai grandi nomi della scena alternative, sono i luoghi di maggiore affluenza del festival. Tutt’intorno stand per il merchandising del Pukkelpop, dei gruppi e degli sponsors, e per le cibarie, dal simil McDonalds al vietnamita, dal ristorante di alta classe alle macedonie della Chiquita. Non ci si crede ma la parte più fondamentale del festival è quello che abbiamo sotto i piedi: il terreno, sia prato o pura terra, uno spazio libero per il riposo prima e dopo i concerti (poche volte durante).

Parlando dei concerti, la varietà e la qualità delle proposte non possono lasciare insoddisfatti. Anche il mio palato fino, refrattario agli eccessi dei Prodigy ma affascinato comunque dalla musica altamente ballabile, è stato soddisfatto pienamente. Giovedì 19, giorno di apertura, parte in quarta il blues dei bassifondi di Seasick Steve al Main Stage elettrizzando la folla in attesa dei Blink 182 più di quanto potessero fare i Kooks che lo hanno succeduto. Al Marquee i Black Rebel Motorcycle Club pestano ancora con il loro blues più moderno prima di lasciare spazio ai barbuti Band of Horses (qui la recensione del loro ultimo album), emozionanti dal vivo quasi quanto su disco.

Mentre il baraccone degli Iron Maiden sfodera ogni asso della manica per la presentazione del nuovo album, nella Boiler Room assisto al djset di Benny Benassi, in nome delle comuni radici italiane e del ricordo che Satisfaction ha impresso nella mia adolescenza. Goldfrapp sbrilluccica di lustrini e paillettes per la gioia degli amanti del kitsch, i più dark Placebo ristabilizzano la situazione prima di lasciare la scena a quei pazzi psichedelici dei Flaming Lips e alla potenza sonora dei Groove Armada.

Altro giorno, altra corsa: partono gli Ou Est le Swimming Pool, protagonisti del tragico atto di cronaca qui segnalato, mentre Kate Nash e i White Lies preparano lo spettacolo migliore del giorno ma forse anche di tutto il festival: Fred Durst guida i suoi Limp Bizkit verso la gloria nel giorno del suo compleanno, con un concerto da urlo e tutte le ragazze sul palco come regalo personale. In contemporanea gli Hot Chip fanno muovere i piedi e il fondoschiena, per rilassarsi e emozionarsi arrivano i morbidi e cupi Xx.

Il finale è triplo, con i Bloody Beetroots e i Digitalism per gli amanti della dance e dell’elettronica altamente ballabile e i Nofx per chi preferisce un ritorno alle chitarre punkrock.

Per l’ultimo giorno il Main Stage da il meglio di sé snocciolando in quest’ordine Ok Go, Gogol Bordello, Serj Tankian (cantante dei System of a Down), Queens of the Stone Age (in grande spolvero nonostante l’alterazione alcolica di Homme) e 2manydjs.

Menzione d’onore per i Goose, dance belga che ha fatto il pienone giocando in casa, e i Bad Religion, glorie del punkrock con 30 anni di attività sulle spalle. Infine l’ultimo spettacolo: i fuochi d’artificio sparati da 4 postazioni diverse, per ricordare a tutti che “il Pukkelpop finisce qui, evviva il Pukkelpop”.

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